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LA CALMA PRIMA DELLA (NUOVA) TEMPESTA?


Da più parti si sentono voci di un inizio di ripresa economica e si ricomincia a percepire un'euforia che da troppo tempo non si avvertiva più.

I numeri sugli ordinativi e sulla produzione industriale in ripresa, riportati dai mass media, sembrano presagire che il peggio sia alle spalle. Lo stesso record di occupazione femminile, ai massimi degli ultimi 40 anni, fa pensare al meglio. Eppure il dubbio legittimo è se tutto quello che sta accadendo sono segnali anticipatori di un nuovo corso di espansione o piuttosto un fuoco di paglia dovuto a contingenze particolari. In altri termini siamo oramai fuori dal tunnel? Questa è una domanda a cui forse pochissimi, per non dire nessuno, sanno oggi rispondere con certezza assoluta, al meglio si parla di previsioni con un buon grado di approssimazione. La rottura dei vecchi paradigmi non ha per il momento lasciato posto a nuove certezze, stiamo ancora tutti cercando la Via. Troppe sono le incognite che in ogni momento potrebbero incidere profondamente sugli esiti dell'attuale sviluppo economico. Non dimentichiamo che tutto quello che sta accadendo in Europa si basa su oltre un lustro di tassi pari a zero e che solo per l'Italia un'eventuale aumento di un punto di spread equivale ad oltre 20 miliardi di euro da trovare in nuovi tagli o nuove tasse. La stessa ripresa dell'inflazione auspicata per ridurre il peso del debito pubblico tarda a farsi vedere rendendo la via del risanamento dei conti pubblici un'impresa ardua. La vera domanda è quante delle aziende sopravvissute a questo decennio avrebbero la capacità di resistere ad una nuova burrasca? Eppure anche il commentatore più cinico e pessimista non può negare che comunque nel mercato qualcosa è cambiato. Sicuramente la consapevolezza che stiamo vivendo un nuovo mondo, con nuove regole, che peraltro stiamo ancora cercando di comprendere, nuovi linguaggi, nuove competenze e che quello che abbiamo attraversato non è stato un ciclo economico più duro di altri che abbiamo vissuto in precedenza, ma un vero e proprio punto di discontinuità col passato. Una delle poche sicurezze che ci sostengono è che tutti i comportamenti che non si ispirino alla sostenibilità degli effetti non saranno più tollerati dai consumatori, dal mercato e dalla legge. Così come è chiaro a tutti che le organizzazioni, e non solo quelle delle aziende, vanno riviste e ripensate partendo dall'unica ottica che realmente conti: quella del cliente. In questi anni finalmente la frase “il cliente al centro”, che per anni ha rappresentato solamente uno slogan pubblicitario, ha preso forma. Tutti oggi hanno imparato che debbono sviluppare il loro modello di business domandandosi in primis che cosa abbia valore per il cliente.

Oggi la spinta degli investimenti legati al tema di Industria 4.0, divenuto ora Impresa 4.0, sta rendendo possibile una nuova rivoluzione industriale che ci sta traghettando dalla “produzione di massa” alla “personalizzazione di massa” e richiederà conseguentemente Persone 4.0, individui cioè che sappiano operare nei diversi ambiti e che sappiano aiutare le imprese ad ascoltare e comprendere le esigenze di ciascun potenziale cliente ed

a rispondere in maniera tempestiva e con soluzioni “tailor made”. Ecco quindi che le imprese che nonostante tutto hanno ritenuto che la loro speranza di sopravvivenza e di adattamento al cambiamento dipendesse da loro e dalla qualità delle loro scelte, non solo sono ancora vive, ma in molti casi hanno colto in questi anni le opportunità che vi erano di crescere e di distanziare ulteriormente la propria concorrenza. A queste imprese, che con umiltà e senza presunzione si sono messe in gioco ribaltando spesso abitudini acquisite oramai disfunzionali, ci dobbiamo ispirare perché hanno compreso che qualunque sia il contesto in cui si opera si può fare impresa solo se si tiene sempre il cliente come stella polare e si sa cambiare pelle rapidamente se le condizioni del mercato lo richiedono.

Articolo di Mario Paronetto pubblicato su COLFERTwindow 28 dicembre 2017

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